domenica 12 aprile 2020

4 chiacchiere con.. Marco C.


Tanatoprattore e Tanatoesteta professionista, coinvolto nel settore funerario da 20 anni e attivo in una delle regioni più colpite d'Italia.
In questo post, affronteremo insieme il suo punto di vista in una situazione tanto delicata quale quella legata all'emergenza Covid-19.

Caro Marco,
intanto grazie di cuore per il tuo tempo, vista la situazione e (suppongo) le tue giornate lavorative molto piene ed estenuanti.
Sto cercando di dare sfogo e visibilità alla vera condizione degli Operatori Funebri, dal loro punto di vista (e non dal punto di vista di coloro che sono estranei al settore).

Dunque, le domande sono semplici e dirette, e riguardano in via generale la Tua personale condizione.

B. Intanto, da quanti anni professi questo lavoro?
M. Lavoro nel comparto funebre da 20 anni e non cambierei il mio lavoro con nessuno al mondo, anche se comporta sacrifici.

B. Se posso chiederti, quale tipologia di studi e corsi hai seguito per raggiungere tale professionalità?
M. A parte l'esperienza di chi prima di me, mi ha insegnato molto, son un direttore tecnico, ho un diploma in tanatoprassi conseguito in Spagna, ho vari corsi/ diplomi da scienze forensi a Funeral Service e consulente del dolore e del lutto conseguiti a Londra. Ho avuto l'onore di essere allievo di Javier Chavez Inzuza e di Mariangela Gelati presso la scuola superiore Funeraria di Modena.

B. Concentriamoci, ora, sull’attuale situazione. Quali problematiche stai riscontrando, sul campo? Per problematiche intendo la possibilità di proteggerti con adeguati dispositivi in una situazione emergenziale che non vede precedenti negli ultimi anni?
M. Ricordo, parlo per la mia città ovviamente di essere stato il primo a preparare una salma morta per AIDS e già allora operatori funebri o sanitari mi guardavano come un alieno. Ora ti posso dire che all'inizio della pandemia siamo presi alla sprovvista per il numero di servizi che si presentavano, ma per quanto riguarda i dispositivi, non abbiamo mai avuto problemi, o meglio cerchiamo sempre di lavorare in sicurezza e ne ho vestiti circa una ventina prima che arrivò il decreto che ne impediva la vestizione. Poi differenziare le forniture ci ha permesso di recepire dispositivi da varie ditte.

B. Quali cambiamenti hai dovuto attuare nel tuo “normale” modo di lavorare?
M. Questa pandemia ha cambiato tutto. Io prima lavoravo in una impresa da più di 800 servizi l'anno ed eravamo in quattro operai fissi, perciò ero un po' preparato alla “catena di montaggio” che si è venuta a creare. La definisco così perchè questi 46 giorni possiamo dire di non aver lavorato con il modus operandi che ci contraddistingue, ma abbiamo dovuto accantonare tante cose.

B. Riesci a relazionarti ai dolenti, nel pieno delle Tue facoltà professionali, o riscontri delle limitazioni? E se si, quali tipologie di restrizioni?
M. Se ti riferisci in questo periodo straordinario ti dico di no. Nella normalità degli eventi, se così possiamo definire la morte di un proprio caro, si. Il vantaggio di avere le basi sul come relazionarsi con i dolenti e gli anni d'esperienza, riesci a capire ciò che il cliente cerca da te. Poi essendo il preparatore di salme mi capita spesso di dialogare con le famiglie. Anche per come è impostata l'agenzia per cui lavoro, dove la nostra titolare tiene prese la nostra opinione.

B. Si parla molto di altre figure, sicuramente importanti e determinanti nel campo della salute e benessere sociale, in realtà la figura degli Operatori Funebri, rimane ancora piuttosto “dietro le quinte”. Qual è la tua opinione in merito?
M. Tocchi un tasto dolente del nostro settore. La gente è convinta, ma anche per responsabilità stessa  per le figure storiche che la tradizione o cronaca recente hanno dato al nostro settore una luce non così pulita di esso. All'estero la figura dell'impresario funebre o di chi lavora in questo settore è vista con molto più rispetto. Esempio quando qui c'erano ancora le municipalizzate (2004) si tendeva ad assumere ex galeotti o gente ai margini della società tornando ai manzoniani bravi o monatti. In questo periodo di urgenza dove tutti ringraziano dalla commessa del supermercato agli operatori sanitari persino agli idraulici, hai mai sentito dire grazie ai necrofori? Io faccio parte di tanti gruppi sparsi nel globo e ti posso garantire che mi hanno chiesto e dato informazioni a go go utili per non parlare di un sostegno morale incredibile. Mi auguro che tutto il lavoro che sto facendo dietro le quinte, non ultimo ho scritto da signor nessuno al presidente del consiglio in questi giorni, un grazie a tutti noi, dai portantini all'impresario perchè noi non ci siamo tolti quando c'è stato di tendere una mano alle nostre comunità.

B. Visto l’elevato numero di decessi, concentrati in un periodo che come si diceva poc’anzi, non riscontra precedenti, hai riscontrato sintomi di burn-out in merito alla tua personale condizione?
M. Io personalmente no, ma questo è anche dovuto al mio carattere, poi colleghi  , anche di altre imprese mi hanno chiamato per un sostegno morale. Io poi, parlo a titolo personale ovviamente, questa distanza sociale non riesco a rispettarla molto cerco sempre di dare la così detta “Pacca sulla spalla” a sostegno di colleghi ed amici o dolenti e alcuni capiscono altri sono in imbarazzo dato il delicato momento e mi guardano con occhi sbarrati.

B. Confrontandoti con i colleghi, riesci in qualche modo a trovare un sostegno adeguato, un supporto psicologico, seppure non terapeutico, con loro?
M. Come ti ho già detto tendenzialmente cerco di dare supporto più che riceverlo, per quanto riguarda me stesso cerco supporto al dì fuori del campo lavorativo, ma soprattutto in me stesso. Non per presunzione ma essendo riservato per le mie cose, tendo a cercare sostegno nella famiglia, senza ovviamente scendere nei particolari del mio lavoro.

B. Ti lascio uno spazio, se vorrai, per riportarmi pensieri e riflessioni personali in merito alla circostanza Covid-19.
M. Ok allora vuoi farti del male, scherzo ovviamente. In merito a questa situazione ti dico che sono arrivato alla conclusione che Covid-19 ha decretato la fine dell'umanesimo. La ricchezza, sopra ogni cosa ed ad ogni costo. Non entro nel merito o demerito politico nazionale o europeo, quello lasciamoli ai posteri. Ogni giorno sento dire tutto sarà diverso. Io mi domando se in meglio o peggio. Le famiglie colpite da lutti per Covid-19 non hanno potuto onorare i propri cari, vivere ed elaborare il proprio lutto e questo la considero una bomba sociale. Vedere la Grande Mela avvisata dell'arrivo del virus correre non al supermercato ma in armeria fa pensare che questo virus incoronato di regale alla nostra società non lascerà nulla. Per quanto riguarda noi spero che i necrofori ed impresari prendano coscienza delle proprie realtà e cerchino di avere personale sempre più formato ed informato, strutturando le proprie imprese in realtà moderne, non trascurando la vecchia strada, ma facendo della propria esperienza  un valore aggiunto, ma creando figure ( Tanatoprattori Cerimonieri o consulenti del lutto)  che gravitino nell'impresa e  possano educare la gente a capire che non siamo avvoltoi.       

Grazie di cuore. 


                                                                                                                                             ©Grief_and_the_Maiden

                                                          

La tradizione funebre in Calabria



Nell'età contemporanea la Calabria è testimone di ritualità e commemorazioni ancora antiche e radicate nel territorio, talvolta manifestazioni di miti arcaici e di credenze necrofobiche, analizzate dai più illustri antropologi e storici quali Di Nola, De Martino o Pitrè.
Come in altre culture prima analizzate, anche qui riscontriamo la particolarità delle nenie funebri di matrice agro-pastorale, la cui finalità è esorcizzare la paura della morte e del distacco dal defunto, a cui si chiede una qualche forma di "riscontro" (ricordiamoci che i defunti, sono sempre un po' "permalosi" :) ). Queste nenie seguono una musicalità precisa e una gestualità corporea molto pronunciata: è attraverso il lamento funebre e la gestualità stessa che i dolenti vengono aiutati nel lavoro del lutto, rendendo più sopportabile attraverso la ritualità, l'agonia della morte. In realtà, da quasi 40 anni non vengono più utilizzate le lamentatrici funebri professioniste ("cianciaturi delli Jarbi"), altresì ritroviamo delle figure di donne, dette "mediatrici" la cui presenza si concretizzava nei casi in cui il decesso non avveniva e la malattia, dunque, era restia a lasciare il corpo del morente. Queste mediatrici, le cui testimonianze appaiono nei testi di diversi antropologi, erano vere e proprie "sacerdotesse della morte". Nei diversi articoli che ho potuto affrontare, risulta esservi spesso una buona dose di omertà da parte della popolazione più anziana quando viene chiesto qualcosa che vada più in profondità, quando si parla di queste figure capaci di aiutare nell'ultimo passo il moribondo, nonostante riconoscano le diverse forme di "cura pietosa" attuata da figure emblematiche nonostante la condanna da parte della Chiesa Cattolica verso qualsivoglia forma di eutanasia.
Nel periodo del "focu mortu" dunque, il focolare domestico veniva spento e spente anche le relazioni sociali.

L'ARTE DEL PIANGERE I DEFUNTI · Il Giornale del Ricordo | Memorie ...
                                        Immagine presa dal web. Veglia funebre in ambiente domestico.

"Giunto il momento del redde rationem, la donna più prossima al malato in linea parentale raccoglieva lo spirito del defunto con un bacio e gli chiudeva gli occhi con un fazzoletto bianco: il sacrestano poteva finalmente suonare la “spirata”(6), mentre il cadavere veniva sistemato nella bara col rasoio per la barba, una paratura di calze, la coroncina del Rosario, il libricino delle massime eterne, gli oggetti d’affezione dell’ iconografia  locale e, in qualche caso, con una moneta nascosta in una tasca del vestito. Si perpetuava così, seppur con scarsa o nessuna consapevolezza, l’arcaica tradizione del pagamento metaforico dell’obolo a Caronte, per il traghettamento nel regno dell’eternità e della verità, da dove “nessunu è mmai  tornatu”.

La stessa preparazione della salma, la vestizione e toeletta, erano a cura dei familiari, tradizione che oggi è stata via via perduta dalle generazioni più giovani.

Curiosità
∞ Sino al secondo dopoguerra vi era l'usanza di colorare di nero gli infissi della casa la cui famiglia era colpita da un lutto e così i dolenti erano soliti portare vestiti neri. Le donne dovevano obbligatoriamente vestirsi di nero, non truccarsi nè prendersi cura di loro stesso, altresì gli uomini non dovevano radersi, mostrare una fascia nera sul braccio o un bottoncino nero da portare sulla giacca. La tradizione del vestito nero portato a lutto, viene a sgretolarsi con il tempo, sebbene la fascia più anziana riesca e voglia mantenere le tradizioni, questo un po' in tutte le Regioni italiane, con una percezione più introspettiva del cordoglio, portato dentro di sè.
Fino a circa vent'anni fa dopo la sepoltura a terra, ai dolenti veniva garantito il "cunsulu", la colazione, il pranzo e la cena per sostenere i dolenti.

∞ A San Demetrio Corone, in provincia di Cosenza, si attua una tradizione funebre tutta particolare nei giorni del sabato antecedente alla Domenica di Carnevale. Un giorno in cui (sembra) che i defunti vaghino per la città insieme ai vivi, così come nel giorno dei Morti vi è la credenza per cui i defunti tornino dall'aldilà per visitare i luoghi a loro cari in vita.

                                                        ©Grief_and_the_Maiden


sabato 11 aprile 2020

Percezione della morte e sepolture. Il rapporto dell'uomo con la Morte.

La nostra percezione della morte viene a mutare nel corso della storia, in modo lento e quasi impercettibile.
Come siamo arrivati ad una "Pornografia della morte", per come la definiva Gorer, dopo secoli di accettazione e naturalezza dell'evento?

Secondo alcuni storici e sociologi, la concezione di morte nel Medioevo si poteva definire addomesticata: la morte come evento legato ad una sua consapevolezza e serenità  intrinseca, che  l'uomo riconosceva in modo spontaneo. Ne osservava i segni, il cambiamento nel suo corpo e, con questa coscienza, il morente prendeva le proprie posizioni, si seguivano gesti rituali tra cui l'attendere la morte giacendo distesi. 
Se osserviamo le statue giacenti del XII secolo, ritroveremo questa posizione, con le mani ben incrociate sopra al petto. Una naturale consapevolezza della propria morte determinava altresì che il moribondo decidesse in modo chiaro come organizzare la cerimonia pubblica, dove si presenziava liberamente.

Questa tradizione che vedeva la camera dell'ultimo addio sovraffollata è ancora presente nel XIX secolo, dove vi era un forte coinvolgimento dell'intera comunità: parenti, vicini, paesani e anche bambini, ben diversamente dalla congiura che oggi coinvolge la società occidentale in merito al far vedere o meno una salma ad un bambino nel giorno del funerale.
Ritualità che non interpellavano eccessivi turbamenti emotivi.
L'affabilità tra vivi e morti dell'epoca celava, nella sua ritualità, un timore nei confronti di questi ultimi, un timore legato all'eventualità del loro ritorno nella società dei vivi.
La stessa Legge delle Dodici tavole, a Roma, vietava di seppellire in città perché venisse garantita la sanctitas dei viventi e delle loro dimore, proprio per questo riscontriamo diverse testimonianze antiche legate alle sepolture sul margine delle strade, come nel caso della via Appia nella città eterna.

Con il culto dei martiri, e non come spesso si pensa con l'avvento del cristianesimo, i defunti cominceranno ad entrare nelle città, e si riporta infatti che 
"i martiri erano sepolti nelle necropoli extraurbane, comuni ai cristiani e ai pagani. I luoghi venerati dai martiri attirarono a loro volta le sepolture [...]. I martiri ci proteggeranno, noi che viviamo coi nostri corpi, e si prendono cura di noi. Qui ci impediscono di cadere nel peccato [...] Per questo i nostri avi si sono preoccupati di associare i nostri corpi alle ossa dei martiri".

Si testimonia dunque una forte propensione a voler essere sepolti ad sanctos, vicino ai santi. 

E' nel XVIII secolo che ci sarà un fortissimo interesse, legato all'iconografia barocca e macabra, per il culto legato all'esposizione e creazione di decorazioni fatte di ossa, di cui si trovano numerosi esempi, come a Roma presso la chiesa dei Cappuccini, o nella chiesa dell'Orazione e della Morte (qui troviamo anche dei lampadari ornamentali creati esclusivamente con ossa!).


cripta dei cappuccini via veneto
Interno della Cripta dei Cappuccini, a Roma, sottostante alla chiesa di Santa Maria della Concezione.
Foto dal Web.

Ovviamente, si tratta di resti trovati nelle grandi fosse comuni (o "dei poveri") dove trovavano "sepoltura" i meno abbienti, coperti solo dai propri vestiti e dunque senza feretro. Le spoglie dei più abbienti, sovente sepolte entro le chiese (si, proprio sotto le lastre pavimentali!) prima o dopo sarebbero state traslate anch'esse negli ossari comuni. 
E qui un punto fondamentale: tra il XVI ed il XVII secolo, in realtà poco importava la destinazione dei resti del corpo, l'importante è che dimorassero presso le chiese.

In un testo del tardo 1600, troviamo i primi sintomi di un cambiamento, seppur lento, ma in atto: un'insofferenza diffusa legata a millenni di promiscuità tra vivi e morti. Una familiarità con la propria morte che sarà destinata a svanire nei secoli a venire.
Approfondirò in un prossimo post lo stravolgimento della percezione che si sviluppa in merito alla propria morte.



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giovedì 9 aprile 2020

La tradizione funebre in Sicilia.

In questi giorni di clausura forzata e riflessione, mi sono chiesta "ma le ritualità? Che fine hanno fatto? Siamo davvero giunti al termine del loro corso, o si stanno evolvendo?".
I riti funebri antichi mi hanno sempre affascinato, moltissimo.
Ho deciso così di affrontare qualcosa in cui prima, vuoi per il tempo e per mille altre sciocchezze, non avevo potuto curiosare. 
...Un viaggio attraverso le tradizioni funebri regionali in Italia!

La tradizione funebre in Sicilia

Leggendo qua e là, mi sono imbattuta in diversi libri ed articoli in merito a tratti peculiari (chissà se li risconterò anche in altre Regioni!).
Nella Sicilia arcaica e fino a metà dell'800, per i dolenti vi era l'usanza di portare il pane ("'ncrikiet") ai più poveri e, al contempo, i parenti portavano pietanze ai familiari del defunto, secondo l'usanza del "cùnsulu". Altresì, la tradizione prevedeva che alla morte di un congiunto si spegnesse il focolare domestico per una settimana. Fino a poco prima dello scoccare del nuovo millennio, quando qualcuno veniva a morire, dopo la cerimonia funebre i dolenti "tinivanu tri ghiorna di luttu". Per tre lunghi giorni, le porte della casa del defunto rimanevano, giorno e notte, aperte per accogliere tutti coloro che volessero fare visita (lu bisitu") e le condoglianze ai parenti. Donne e uomini venivano accolti in stanze separate e i visitatori, ovviamente di nero vestiti, a questo punto (e secondo le diverse zone della Sicilia), potevano scegliere se rimanere in silenzio o conversare in merito al defunto e alle modalità della sua dipartita. Il periodo del lutto passava per la fase del "mezzu luttu", ovvero il passaggio da una tenuta completamente nera ad un progressivo ritorno ai colori della quotidianità. In realtà, la durata, poteva durare mesi, anni o per tutta la vita a seconda del rapporto che legava al defunto il dolente. Tutta la famiglia, nella sua quotidianità, mutava le proprie abitudini ad esempio vi era il divieto di ascoltare la radio o il grammofono, non si partecipava nè si potevano organizzare feste il non Nemmeno i più piccoli, molto più coinvolti nella ritualità rispetto all'epoca contemporanea, erano esenti dalle tradizioni. In casi particolari però, bastava un semplice fiocco nero per manifestare il lutto.


10 luoghi spaventosi da (non) visitare in Italia | #5 Catacombe ...
Foto trovata sul web, purtroppo non si possono fotografare le aree delle Catacombe
La morte in Occidente ha iniziato a celare, a rendere tale evento un tabù (o come direbbe Gorer..un atto "pornografico") stravolgendo la tradizione legata al culto dei Morti e della cura della stessa salma già nel secondo dopoguerra. L'esposizione del corpo aveva un significato paritetico alla santità e, per le categorie più abbienti, non era raro attuare il processo di mummificazione  creando, per molto tempo, miti legati alla santità delle salme. Basti pensare alle stesse Catacombe dei Cappuccini, dove fino almeno agli anni '30 del '900, trovarono sepoltura anche i resti della nobiltà palermitana, a fianco delle sacre reliquie. In età moderna, alle forme di mummificazione naturale, comparvero i primi metodi chimici legati al processo di imbalsamazione (e qualche archetipo di elementi di tanatoestetica a me tanto cara, come occhi finti, trucco e parrucco). 
La rimozione collettiva dell'evento-Morte coinvolge anche la Sicilia e le sue tradizioni anche in termini igienico-sanitari (la morte viene nascosta agli occhi attraverso la sua reclusione negli ospizi e negli ospedali) e l'impossibilità di essere, dunque, sepolti nelle cripte di Palermo. 
Nelle famiglie più abbienti la salma "era vestita con un pigiama e composta in un lettino come se dormisse. Per loro non vi erano lamentazioni funebri e risaltava un’estrema compostezza nell’atteggiamento dei parenti. La nenia funebre era inventata dai parenti stretti del defunto, normalmente le donne, durante la veglia che si teneva attorno al catafalco. Ciò rientrava nella serie di gesti e operazioni ritualizzate, che la psicanalisi considera come l’arcaica elaborazione del dolore e del lutto fatta a caldo. Attraverso il canto, i parenti dialogavano col morto. Gli parlavano amorevolmente, gli rammentavano le vicende brutte e quelle belle vissute insieme, gli ponevano domande all’apparenza paradossali, lo rimproveravano affettuosamente, lo ringraziavano per la saggezza con cui era vissuto, gli si raccomandavano per il futuro".


                                          


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domenica 5 aprile 2020

Cimitero delle Fontanelle, Napoli.






Nel Rione Sanità si trova un luogo tanto macabro quanto affascinante rinomato per il culto delle ‘anime pezzentelle’.


Il tutto ebbe origine intorno al XVI secolo. Se in precedenza si era soliti interrare i corpi dei defunti nelle chiese, a seguito di una serie di disgrazie (rivolte popolari, carestie, terremoti, eruzioni ed epidemie) che videro crescere a dismisura il numero di morti, divenne necessario trovare nuovi spazi per custodire le salme. Fu così che i cosiddetti ‘salmatari’ iniziarono a disseppelire i corpi per spostarli in cave come quella delle Fontanelle. La situazione si aggravó ulteriormente nel 1836 anno in cui, a seguito di un’epidemia di colera e all’ordinanza di togliere gli ossari da tutti i cimiteri delle parrocchie e delle confraternite, arrivarono nuovi “ospiti”.


Il cimitero delle Fontanelle  è un antico camposanto di Napoli, situato in via Fontanelle. Chiamato in questo modo per la presenza in tempi remoti di fonti d'acqua, il cimitero accoglie circa 40.000 resti di persone, vittime della peste del 1656 e del colera del 1836. 
Il cimitero è noto anche perché vi si svolgeva un particolare rito detto delle anime pezzentelle, il quale prevedeva l'adozione e la sistemazione in cambio di protezione di un cranio (la "capuzzella") al quale corrispondeva un'anima abbandonata (detta dunque «pezzentella»). L'antico ossario si sviluppa per circa 3.000 m2!
Il canonico ed etnologo Andrea de Jorio racconta che verso la fine del '700 tutti quelli che avevano i mezzi lasciavano disposizioni per farsi seppellire nelle chiese. Qui però spesso non vi era più spazio sufficiente; accadeva, allora, che i becchini, dopo aver finto di aderire alle richieste e aver effettuato la sepoltura, a notte fonda, posto il morto in un sacco, se lo caricassero su una spalla e andassero a riporlo in una delle tante cave di tufo.Secondo una credenza popolare uno studioso avrebbe contato, alla fine dell'800, circa otto milioni di ossa di cadaveri rigorosamente anonimi. Oggi si possono contare 40.000 resti, ma si dice che sotto l'attuale piano di calpestio vi siano compresse ossa per almeno quattro metri di profondità, ordinatamente disposte, all'epoca, da becchini specializzati.

Le leggende delle Fontanelle.

Il Capitano
Segue una leggenda nera popolare: un giovane camorrista, donnaiolo e spergiuro, aveva osato profanare il cimitero delle Fontanelle, facendovi qui l'amore con una ragazza. A un tratto sentì la voce del capitano che lo rimproverava ed egli, ridendosene, rispose di non aver paura di un morto. Alle nuove imprecazioni del capitano, il temerario giovane lo aveva sfidato a presentarsi di persona, giurando ironicamente di aspettarlo il giorno del suo matrimonio (e intanto giurando in cuor suo di non sposarsi mai). Però il giovane, dimentico del giuramento, dopo qualche tempo si sposò. Al banchetto di nozze si presentò tra gli invitati un personaggio vestito di nero che nessuno conosceva e che spiccava per la sua figura severa e taciturna. Alla fine del pranzo, invitato a dichiarare la sua identità, rispose di avere un dono per gli sposi, ma di volerlo mostrare solo a loro. Gli sposi lo ricevettero nella camera attigua, ma quando il giovane riconobbe il capitano fu solo questione di un attimo. Il capitano tese loro le mani e dal suo contatto infuocato gli sposi caddero morti all'istante.

La storia di Donna Concetta: 'a capa che suda

La particolarità di tale teschio, posizionato entro una teca, è la sua lucidatura: mentre gli altri crani sono ricoperti di polvere, quest'ultimo è invece sempre ben lucidato. Ciò probabilmente avviene poichè raccoglie meglio l'umidità del luogo sotterraneo, che è stata sempre interpretata come sudore: "Se domandate ai devoti vi diranno che quell'umidità è sudore delle anime del Purgatorio". Gli umori che si depositano su questi resti sono ritenuti dai fedeli acqua purificatrice, emanazione dell'aldilà in quanto rappresentazione delle fatiche e delle sofferenze cui sono sottoposte le anime. Secondo la tradizione anche donna Concetta si presta a esaudire delle grazie e, per verificare se ciò avverrà, basta toccarla e verificare se la propria mano si bagna..





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Il Museo delle Cere anatomiche C. Cattaneo di Bologna



Allestito nel 1908 presso l'Istituto universitario di Anatomia Umana Normale, illustra il percorso intrapreso dagli studiosi di scienze mediche nel XVIII e XIX secolo quando, ormai acquisite le conoscenze sulla vera natura del corpo umano, si orientarono sull’indagine delle sue patologie. 
Conosciuto come Museo "delle cere anatomiche", poichè espone modelli raffiguranti parti del corpo umano create per agevolare lo studio medico anatomico, conserva le collezioni del Museo anatomico normale e di quello patologico, costituite fra il 1742 e il 1790 la prima, e fra il 1804 e il 1893 la seconda. 
E’ intitolato a Luigi Cattaneo, docente di Anatomia dell’Ateneo, cui si deve la riscoperta e il ripristino negli anni Settanta delle originarie collezioni di Anatomia umana, fortemente danneggiate dai bombardamenti dell’ultimo conflitto mondiale.





Foto del novembre 2019


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Lutto traumatico





Questa tipologia di lutto è dovuta alla perdita di una persona cara dovuta a cause improvvise, che possono essere legate un suicidio, un incidente stradale o sul luogo di lavoro, ma anche a causa di catastrofi naturali.
Aumenta la sensazione che il mondo, per chi sopravvive a tale perdita, possa apparire come insicuro e pieno di minacce, sconvolgendo l’equilibrio del dolente.


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